giovedì 27 marzo 2008

Io operaio sindacalista (Michele Passannante)

da Liberazione

Michele Passannante sa di avere un cognome ingombrante. «Compromettente, mi dicono in molti...». L'albero genealogico è proprio quello che porta alla famiglia di Giovanni Passannante, anarchico lucano che attentò alla vita di re Umberto I il 17 novembre del 1878 a Salerno. Con un coltellino. Il re rimase leggermente ferito a un braccio, Giovanni venne arrestato e torturato fino alla morte, il suo cranio e cervello furono esposti al Museo criminologico di Roma, sepolti solo l'anno scorso nel suo paese: nome originario Salvia, ribattezzata Savoia di Lucania dopo l'attentato. Famiglia perseguitata e dispersa. «In fuga da Salvia, alcuni dei Passannante si stabilirono a Vietri», racconta Michele parlando del suo paese in provincia di Potenza. Di qui, la discendenza e "l'ingombro" del cognome che magari non ha deciso niente nella storia che gli è capitata, ma... chissà.

Classe '72, operaio alla Fiat Sata di Melfi dal '97, attivista sindacale nello Slai Cobas fin da subito, eletto rappresentante sindacale unitario e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza nel 2001, indagato con l'accusa di attività sovversiva a ottobre dell'anno scorso, licenziato dall'azienda sulla base del solo avviso di garanzia. «Il rapporto fiduciario è venuto meno», gli hanno detto, quando all'indomani della perquisizione della Digos nella casa dove vive con la madre e la sorella a Vietri, Michele ha trovato i cancelli della fabbrica chiusi: non per tutti, solo per lui. Sospeso per sei giorni, poi licenziato, con la stessa motivazione. Le quattro ore di perquisizione hanno portato al sequestro di qualche volantino, lo statuto dei Cobas, nulla di più compromettente.

E' colpa del cognome?
In molti ci scherzano su. Io stesso lo faccio. E' un modo per reagire a quello che mi è successo. Sono assistito da due legali, ho fatto causa all'azienda: credevo che in Italia la giustizia fosse garantista. Non è così, se mi apostrofano come terrorista sulla base di un avviso di garanzia senza prove concrete. Ho chiesto di essere reintegrato, l'azienda vorrebbe monetizzare il mio licenziamento: vorrebbero pagarmi cinque anni di mensilità, poco più di mille euro al mese. E' una contraddizione: prima mi licenziano e poi sono disposti a pagare come per espiare una colpa, pur di non reintegrarmi. Non mi vendo, anche se da ottobre non percepisco uno stipendio. Non per fare l'eroe: so di essere totalmente estraneo ai fatti, so che sto pagando solo per il mio giusto impegno sindacale, vado avanti e attendo con speranza la sentenza del giudice, dovrebbe arrivare tra una decina di giorni.

La tua storia è simile a quella di altri operai, non solo a Melfi.

Sì, l'inchiesta dell'autunno scorso ha riguardato 25 operai da Milano a Palermo, da Roma a Ravenna. Alla Fiat di Melfi, oltre a me sono coinvolti altri quattro operai, tutti attivisti sindacali, tutti licenziati sulla base di un avviso di garanzia. Uno di loro, attivista della Cub, è stato licenziato per il solo fatto di aver fatto il nome di un capo reparto su un volantino. E' rappresaglia. E le origini di questa vendetta padronale risalgono a diversi anni fa.


Ti riferisci al noto blocco dei 21 giorni nel 2004? Quello delle cariche della polizia davanti ai cancelli della Sata, per intendersi?

Sì. Diverse vertenze e scioperi hanno portato a quella sollevazione. Io stesso, appena entrato in Fiat nel '97, con un contratto di formazione e lavoro di 24 mesi, ho partecipato da subito alle manifestazioni sindacali, mi sono iscritto allo Slai Cobas, sono stato eletto rsu ed rsl nel 2001, per tre anni, il mandato l'ho terminato poco prima del blocco del 2004. C'era tanto da fare: stabilimento nuovo, coscienza operaia pari a zero, tutto da costruire. Ci siamo riusciti, grazie alla collaborazione con la Fiom-Cgil, non con gli altri sindacati, più collaborativi con l'azienda. Lo sciopero di quattro anni ha portato a dei risultati: l'eliminazione della doppia battuta che vuol dire due settimane dello stesso turno di lavoro, anche se notturno. E poi, anche se in maniera dilazionata nel tempo, abbiamo ottenuto una certa equiparazione della retribuzione a quella degli operai degli altri stabilimenti Fiat. Abbiamo chiesto la quattordicesima: in questo caso però abbiamo ottenuto solo un accantonamento dallo stipendio di 20 euro al mese, che prendiamo tutti insieme a luglio: fanno 240 euro. Dopo quella protesta, si attenuarono anche i provvedimenti disciplinari in fabbrica, ma solo nei successivi 12 mesi. L'azienda ha atteso che si calmassero le acque e poi si è riarmata alla grande cercando di portare dalla propria parte i lavoratori, con l'aiuto dei sindacati più "consenzienti".

In che modo?
Beh, ci sono state nuove assunzioni, fatte più sulla base di favoritismi e garanzie dal punto di vista della malleabilità o passività dei neo-assunti. Ci sono stati episodi di intimidazione nei confronti dei "più riottosi". L'azienda ha insomma cercato di ricompattarsi, di riprendere le redini della situazione. E ci è riuscita, a giudicare dall'esito delle elezioni per le rsu lo scorso anno. La Fiom ha perso tre rsu, l'equivalente di circa 300 voti. I Cobas sono scomparsi, neanche una rsu. Il primo sindacato alla Fiat Sata è la Uilm. Nonostante ciò, al referendum sul protocollo sul welfare hanno vinto i no, con quasi l'80 per cento.

Dentro, l'azienda cercava di ricompattarsi. Fuori, i pm erano già in azione. C'è un collegamento tra le due cose?
So che l'inchiesta giudiziaria è partita nel 2006. Quando sono arrivati a casa mia, il 16 ottobre scorso, non c'ero: ero al lavoro in fabbrica, in casa c'erano mia madre e mia sorella. Dalle sei del mattino alle dieci: quattro ore per sequestrare solo alcuni giornalini dell'autonomia sindacale e lo statuto dei Cobas. Se cercavano armi o bombe devono essere rimasti delusi. Poi sono venuti allo stabilimento e mi hanno notificato l'avviso di garanzia. Il giorno dopo, la sospensione dal lavoro per sei giorni, il 23 ottobre la lettera di licenziamento. Il ricorso, ora aspetto la sentenza del giudice. E pensare che non ho mai avuto problemi con la giustizia in passato...

Com'è il clima intorno a te e alla tua famiglia?
Chi mi conosce, in fabbrica e fuori, è rimasto incredulo. I media poi mi hanno dipinto come un mostro: "un Br alla catena di montaggio...". Fa male, se non hai fatto niente. Ho perso mio padre nel 2000, mia madre, che ha superato i 70, non l'ha presa bene, ma mi crede. Mia sorella pure: anche lei è metalmeccanica, ma in una realtà diversa dalla Fiat, lavora in una piccola azienda della zona industriale di Tito, pochi chilometri da Potenza. Tanta la solidarietà in paese, anche se da parte di chi non mi conosce bene è impossibile non notare una sorta di sospetto. Mi ha fatto piacere la solidarietà del partito.

Eri segretario del circolo del Prc di Vietri. Ti sei dimesso subito dopo l'avviso di garanzia.
Sì e mi sono dimesso anche dal sindacato. Ciò nonostante, apprezzo la decisione del partito di mettermi in lista, al sesto posto per la Camera. Non ci sono possibilità che venga eletto, ma apprezzo. Non sto passando un periodo facile, col marchio che mi hanno affibbiato avrò difficoltà a trovare un altro impiego se la Fiat non mi reintegra. Ma mi tengo occupato con la politica. La situazione qui non è rosea. Proprio oggi (ieri, ndr.), un'altro morto sul lavoro alla Fiat di Melfi, un operaio di 43 anni con famiglia. Non lo conoscevo ma la cosa non ha importanza. Il punto è che stanno facendo di tutto per far scomparire la sinistra dall'Italia e non so se queste tragedie riescano a scuotere gli animi delle persone. Con tutto che noi ci battiamo per chi non arriva alla fine del mese, dovremmo riscuotere molti più consensi nella società, dovremmo avere dalla nostra i metalmeccanici, i precari, chi è discriminato. Non è così, forse per colpa dei media. Sta a noi mobilitarci il più possibile per convincere chi non è tutelato.


27/03/2008

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